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martedì 10 giugno 2014

Questa vita non è un Albergo...

Sarebbe tutto molto più semplice, come no, se funzionasse tutto come in un albergo. Se la vita fosse scandita da check-in e check-out continui rispetto alle situazioni quotidiane, se il prezzo da pagare fosse sempre decisamente più basso di quello che troviamo attaccato dietro la porta quando arriviamo.

Sarebbe tutto molto più comodo se bastasse mettere una targhetta “no disturb” per evitare scocciature, anche da chi vuole renderti un servizio, consigliarti, magari rifarti la stanza. Se fosse sufficiente togliere la chiave dalla parete per disattivarmi, spegnermi, azzerare ogni forma di energia e di luce intorno a me. Se, come per gli asciugamani lasciati a terra perché vengano lavati, fosse possibile eseguire un gesto meccanico per far capire a chi ci sta intorno che abbiamo bisogno di attenzioni, cure, pulizia intellettuale. Se fosse possibile consumare caffè, emozioni e paure senza pagare all’istante ma dando un numero di stanza e rimandando tutto a quando ce ne dovremo andare, ma chissenefrega quando. Mi prendo tutto quello che voglio e non ci penso, ora.

Sarebbe tutto molto più comodo se un ambiente per rilassarci e uno per sfinirci di fatica fossero a portata di bottone da premere in ascensore, se come in una hall affollata ci si salutasse tutti con un sorriso ma poi non fosse obbligatorio conoscersi per non rischiare di passare per quello che si fa i cazzi suoi. Se tutto lo sporco che ci portiamo dentro fosse sufficiente infilarlo in una busta di plastica bianca per ritrovarci il giorno dopo profumati e stirati. Se la temperatura del nostro cuore fosse regolabile con un interruttore a prova di bimbo, per scongiurare il rischio di infiammazioni, congelamenti, black-out.

Se gli extra fossero talvolta inclusi, se la personalità potesse essere doppia ma uso singola, se si potesse guardare tutto quello che si vuole (persone, tramonti, bugie, storie del cazzo, amori sfumati) potendo avvalersi dell’anonimato.

Se avessi la certezza che anche nei momenti più complicati potrei trovare, nella reception, 24h, qualcuno pronto ad aprirmi una porta, a farmi un sorriso e magari anche un caffè macchiato freddo.

Sarebbe tutto molto più semplice, come no, se funzionasse tutto come in un albergo.
Ma ora, siate buoni, datemi una stanza vista amare che di muri grigi e last minute non ne posso veramente più…


mercoledì 9 aprile 2014

La MIA New York, dietro la Brigata dei Pompieri ma davanti a Spongebob

Riparto da New York senza aver ancora capito se i quattro giorni trascorsi da solo a cavallo della Trentunesima (che poi detto così…) siano durati quattro anni o quattro minuti. D’altra parte non avevo neanche chiaro se in questi giorni volessi perdermi o ritrovarmi e allora quando è così New York è il posto perfetto perché di suo tende a non darti punti di riferimento, strade parallele e perpendicolari a parte.

New York è tutto e niente, è miseria e nobiltà, è orgoglio e pregiudizio, è Simon e Garfunkel: rimane aperta 24h ma ti fa vedere le vetrine colorate, se sei un cazzo di turista dentro non ti fa mica entrare. In questi giorni non ho visitato un museo, un teatro, una Statua della Libertà, un grattacielo. Ho però camminato fino a sfinirmi attraverso Avenue e Street, spesso sbagliando strada e quindi ritrovandomi in situazioni già vissute, metafora che peraltro mi perseguita da 46 anni. Ho bevuto un succo di lamponi, pere, carote e malva 100% bio-organic nel cuore di Chelsea con due uomini di mezza età che si baciavano teneramente e mezzo blocco dopo ho dovuto spiegare a una cinese che il suo sex message non mi interessava.

Ho visto albe e tramonti, ho preso acqua sulla Fifth Avenue e sole a Central Park, mi sono regalato Ground Zero di domenica sera alle 23.00, deserto surreale e commovente, cercando senza esito di ricordarmi il monologo di Edward Norton de “La 25a Ora”. Mi sono perso e ritrovato ogni dieci minuti nel pirotecnico vuoto pneumatico di una città che non ti lascia mai solo ma che non ti fa mai compagnia. Proprio quello che volevo, il motivo per il quale ora sono a 11.788 metri, sull’aereo che per la sesta volta mi riporta a casa da JFK, e già sto pensando a quando potrò tornare. Avere un milione di opportunità, non coglierne una senza qualcuno che ti presenta il conto per questo. Tornerò, presto: per continuare a non vedere nulla e a sentire tutto, a torturare la carta di credito, a sorprendermi ancora per il “total refill” nei fast food o per l’assenza di compromessi di una città che ti ubriaca di sorrisi dai denti bianchissimi, di “enjoy” e di “appreciate” e poi ti risveglia col dito medio di un tassista pakistano furente perché non cammini sul marciapiede.

New York mi spiazza, col crossover suoni-luci-colori-razze-odori che ti fa perdere l’equilibrio, ti disorienta e ti manda al tappeto. E allora io per evitare che l’arbitro mi conti cammino per ore, giorni, a vuoto, a caso, nelle strade dove tutto è saturo: incamero emozioni, incasso clacson, metabolizzo burriti, schivo a fatica foto con Capitan America ma soprattutto non mi stanco mai. Non mi annoio mai, forse perché a ogni angolo ritrovo citazioni cinematografiche a me care. Non mi stanco di emozionarmi al cospetto di questo nulla cosmico, all’opportunità che New York ti concede di non ritrovare a distanza di pochi giorni le stesse persone, gli stessi odori, lo stesso clima, la stessa luce. Tutto è diverso eppure tutto sembra identico.

Io, tra Battery Park e il Queens, mi ritrovo. Sempre, spontaneamente, finalmente: mi ritrovo perché so di riconoscere la confusione, le luci intermittenti, i vuoti e le contraddizioni che day by day popolano la mia testa.

Ecco perché New York è casa mia.
“Mi prendo questa realizzazione all'americana, è qui che vivo, dietro la Brigata dei Pompieri 47, bene, ma davanti a Spongebob: Hello America!” The Weatherman

martedì 14 gennaio 2014

Il rapporto causa-effetto esiste, dunque...

Ecco, ho sempre conservato un regale distacco dalle cose reali, un senso di superiorità rispetto ai fatti che senza alcuno slancio poetico accadono solo perché generate da una serie di cause. Già ai tempi delle scuole elementari e delle medie ricordo la netta percezione di “privilegiato”, uno a cui le cose venivano naturalmente, a cui la vita avrebbe sorriso spontaneamente, senza fatica. Bastava lasciarsi andare, seguire il flusso degli eventi, farsi una corsa a perdifiato e ascoltare “Love Games” dei Level 42, non irrigidirsi mai in schemi e le cose sarebbero filate per il verso giusto, seguendo un piano inclinato miracolosamente favorevole.

Se studiavo poco mi salvavo con la dialettica e con la classica faccia da paraculo mezzo intellettualoide che più tardi si è rivelata essere la rovina di questo Paese. Poi magari facevo passare un mese senza andare a scuola e quasi mi sorprendevo che dopo settimane di “seghe” (con rispetto parlando) qualcuno chiamasse casa per sapere che razza di fine avessi fatto. La speranza che in un modo o nell’altro le cose si mettessero a posto da sole mi ha confortato anche nei miei approcci col mondo del lavoro, quando un paio di maestri di vita capitolini che ancora porto nel cuore mi avevano trasmesso una strategia che nel 70% dei casi si rivelava vincente: c’è un problema, anche grave, da risolvere? Non ti affannare, prendi tempo, guadagna un fallo laterale, vai sulla bandierina e vedrai che alla ripresa del gioco tutto si sarà risolto. Così accadeva che fossi chiamato ad apportare modifiche complicate a una procedura e due mattine dopo veniva invece deciso di sviluppare (da altri) un sistema informatico ex novo, piuttosto che correggere il mio. Insomma, ero arrivato a pensare che lo stellone che (per motivi avvolti nel mistero) avrebbe dovuto illuminare la mia esistenza pretendeva da parte mia solo istinto e fiducia incondizionata, mentre pragmatismo e dedizione avrebbero compromesso la magia. Non a caso, anzi a caso, mi ero ritrovato assunto come giornalista a Superbasket dopo sette anni di Coast to Coast, senza mandare un curriculum, senza diventare pubblicista, senza fare un colloquio.

Il fatto che a 15 anni avessi già vinto lo scudetto con la Roma (quello precedente era datato 1942…) e la Coppa dei Campioni col Bancoroma, oltre a un Mondiale di calcio, imponevano giocoforza su di me le stimmate del predestinato sculato. Le cose non accadevano quando me le aspettavo, anzi dovevo allontanarmi affinché si compissero: in estate, ad esempio, attendevo l’arrivo dei miei genitori a Massa Martana appostato in un curvone a 500 metri da casa. Io ero in vacanza, loro lavoravano a Roma e ci raggiungevano nel weekend: oltre al piacere di rivederli, l’attesa era resa snervante dalla squadra di Subbuteo che normalmente mamma Luisa soleva portare in dote. Ricordo pomeriggi assolatissimi che manco Salvatores, in attesa di vedere il muso della Taunus bianca spuntare sul rettilineo: niente, niente, niente. Era impossibile che in quel preciso istante in cui guardavo la strada, una macchina bianca con dentro le persone che a quanto si diceva in giro mi avevano messo al mondo, apparisse. Impossibile. Passavano 128, Renault 5, 850, tutti i modelli e tutti i colori ma non la Taunus. Così dopo ore di attesa angosciante riprendevo la bicicletta e tornavo verso casa: qualche secondo dopo, puntuale il clacson della defunta Taunus mi avvisava dell’imminente sorpasso e del conseguente arrivo del Penarol (maglia giallonera lucida, opera d’arte). Le cose che volevo accadevano quindi con regolarità, anche in amore: cercarle avrebbe complicato i piani, la mia dea era bendata ma non voleva rotture di cazzo. 

Poi però, come dice l’immenso Bart di Santa Maradona, succede che invecchiando si tende a smarrire la mira e le situazioni si complicano, quello che prima succedeva naturalmente inizia a necessitare di sacrifici, di progetti, di espedienti e allora spesso si finisce per andare fuori tema, fuori pista, fuori giri. Così ti accorgi che c’è, sì che c’è, un cazzo di rapporto causa-effetto che regola davvero la vita di tutti i giorni, pure se tu l’hai sempre negato e quindi se non metti benzina dopo 50 chilometri di riserva la tua vettura tende a fermarsi anche se sei in autostrada, così succede che se mangi gli asparagi poi la tua pipì puzza per giorni e allora è vero che esiste una relazione tra ciò di cui ci alimentiamo e il nostro organismo. Così, soprattutto, ti accorgi a 46 anni che la tua (fottutissima) presunta immarcabilità sentimentale è andata a farsi benedire e che le tue storie, anche le più emozionanti, si sono spesso arrugginite perché tu hai commesso degli errori, perché ti sei illuso che i tuoi sbagli non avessero dirette conseguenze sullo stato di salute delle relazioni stesse.

Così non è stato e ora la poco simpatica impressione è che le cose belle, quelle che da piccolo chiamavo Arditt Ardott senza che nessuno ne capisse il motivo, non tornino più: né se aspetto la Taunus sotto il sole di Massa Martana, né se capitano senza che io faccia nulla, come quell’indimenticabile Mondiale ’82 di Paolo Rossi e Bruno Conti. E mo’?


lunedì 10 giugno 2013

I miei primi 30 anni di Virtus Roma (1967-1997)


Enrico Gilardi che, contro la Philips Milano, segna da metà campo e ci regala il supplementare in cui poi perdiamo di 10 punti, i movimenti alla moviola ma sempre a canestro di George Gervin, le mie lacrime di gioia nella hall di un albergo di Rimini durante una gita del secondo liceo con Polesello in tv che alza la Coppa Campioni, le tredici-quattordici finte consecutive di Lorenzon sotto canestro, la quasi sempre maledette pagine 231 di Televideo con la scritta "Aggiornamenti in tempo reale" lampeggiante, i tre canestri in faccia di Mahorn a Dawkins in una gara3 decisiva dei play-off, uno schiaccione rovesciato di Solfrini al Palatrussardi che zittisce l'infuocatissimo pubblico milanese, la difesa di Cooper che non fa mai toccare il pallone a Richardson negli ultimi tre minuti di una partita incredibile vinta contro la Knorr, le pistole, gli inchini e le smorfie di Davide, il gesto dell'ombrello di Pupi Premier contro tutto il Palaeur, Franco Lauro speaker della Virtus, l'applauso di ringraziamento alla stagione della Teorematour '94/'95 nella sua ultima apparizione al Palaeur, il secondo tempo di Phonola Roma-Glaxo Verona del '88/'89, il canestro da venti metri di Riccio Ragazzi contro Caserta, la pelata di Phil Hicks, la trasmissione radiofonica pomeridiana di Antonietta Baistrocchi, Scott May che rientra di corsa negli spogliatoi con il braccio rotto, le iniziative offensive di Clarence Kea, le attese davanti al cancello R, gli sfondamenti presi da Israel, l'inno de "Il Messaggero", gli storni criminali che volteggiano sopra al Palaeur, il tiro da tre di Donato Avenia sulla sirena che si spegne sul ferro e tiene in vita la Benetton, un pomeriggio irreale di fine estate a Mestre, le dimensioni artistiche dell'incommensurabile Vargas, l'ideazione di Coast to Coast, la prima uscita di CtC, i colori di CtC, i complimenti a CtC, gli amici di CtC, lo sguardo fiero di Henson in ogni circostanza, lo sguardo perso di Radja al cospetto della mole di Dawkins, i passaggi di Rautins, Sconochini che vince da solo una partita, scavalca i tabelloni pubblicitari e rivolto alla Brigata si batte il petto, Pero Skansi che fa allenare la Virtus il giorno di Natale, la fuga di Rovati, il parcheggio al Fungo, la retrocessione in A2 vissuta per radio da Reggio Calabria, la pagina di Televideo che annuncia "Con Corbelli Roma ritrova il basket di A-1", Eliseo Timò nella prima fila di parterre, Capone impazzito contro il Granada al Palazzetto, la zampata dall'angolo di Bertolotti contro il Barcellona a Ginevra, la classe cristallina di Mike Bantom, le ricezioni problematiche di Elvis Rolle, lo sconcerto seguito alla prima visione del cubo nel Palaeur, il rumore dei 13.000 spettatori contro la Buckler di due anni fa, i numeri di Brian Shaw, le incognite di Gary Plummer, le crisi di astinenza dei mesi estivi, i tiri liberi di Davide Croce, "Jump" dei Van Halen all'ingresso in campo del "Banco", lo striscione "Busca deve da gioca'", le tante trasferte perse di un punto con il viaggio di ritorno in religioso silenzio, le 475mila lire elargite annualmente al Messaggero per un posto accanto (se non dietro) a centinaia di biglietti-omaggio, gli airball da tre metri di Marco Ricci, le confezioni di caffé Splendid in omaggio all'ingresso, le accelerazioni incontenibili di Larry Wright...

Due numeri fa avevo promesso che vi avrei confessato cosa avesse significato la Virtus Roma per Giancarlo Migliola. Ecco qua.

Ho riflettuto a lungo sulla tecnica narrativa da utilizzare poi ho deciso di affidarmi esclusivamente al mio personalissimo flusso di ricordi, disordinato e sconnesso quanto volete nonché cronologicamente improbabile. Per quanto riguarda i riferimenti temporali, tenete presente che la mia memoria storica si accende con le piroette di Tomassi e si spegne con la camminata di Mario Boni. Se in questo momento siete dove siete, DOVETE per forza aver condiviso con me almeno uno di questi flash, magari insieme a tanti altri che il mio cervello residuo deve aver rimosso o accantonato. 30 anni per la Virtus, evidentemente, ma con l'ultimo blocco di memoria ancora disponibile.

domenica 3 febbraio 2013

Ciao, adorato Dido...

Era il 1987, avevo 20 anni, i capelli castani alla Scottie Pippen, 15 chili in meno e tante speranze in più in un mondo che fino a quel momento mi aveva fatto vincere, tra Italia, Roma e Bancoroma, un Mondiale, un Europeo, due scudetti, una Coppa dei Campioni e svariate Coppe Italia. A venti anni. Il 30 maggio 1984, la sera di Roma-Liverpool, si ruppe però l’incantesimo e seguirono anni complicati: nel 1987, quindi, l’esonero di Dido Guerrieri mi sembrò un’ingiustizia colossale, qualcosa a cui ribellarsi almeno formalmente. Da abbonato del Bancoroma da cinque anni, mi sentii di scrivere una lettera di protesta a Superbasket. Pochi giorni dopo squillò il telefono di casa, rispose mia madre che dopo pochi secondi richiamò la mia attenzione: “Gianca, è per te, un certo Dido Guerrieri”. Panico. Fu quello il mio primo contatto diretto col mondo del pallacanestro e oggi più che mai sono felice che sia accaduto con la persona che dopo 25 anni di vita e 8 di Superbasket ancora reputo il numero uno conosciuto in questo micro-cosmo. Con la sua voce cavernosa, Dido mi spiegò che voleva ringraziarmi per la lettera che gli era stata girata dalla redazione di SB. “Se volete, un giorno ci incontriamo in centro e facciamo colazione insieme”.

Fu così che dopo una settimana io e mia sorella Letizia lo incontrammo nella piazza del Pantheon. Lui rigorosamente in tuta, noi emozionati come se stessimo per incontrare il Papa, Bono Vox, Gandhi e Bruno Conti nello stesso momento. Il tempo di stringergli la mano e Dido fece subito in modo di allontanare l’imbarazzo rivolgendosi a me incarognito: “Tu oggi proprio di viola devi vestirti, eh?”. Della sua clamorosa scaramanzia avemmo poi modo di apprendere tutti i dettagli, perché a quell’incontro seguirono 4-5 cene al “Grappolo d’Oro”, ristorante adiacente a Ponte Milvio. Una sera, visto che ci era sempre impossibile pagare il conto, gli portammo una bottiglia di liquore pregiato. “Grazie, sono veramente commosso, peccato che sia astemio”… Dido rimase a vivere a Roma per qualche altro mese ma il suo rammarico per quell’esonero assurdo non lo abbandonò mai: ci raccontò tanti aneddoti vissuti in quella stagione e mezza trascorsa a Settebagni e noi lì, sempre divertiti, rapiti, emozionati dalle sue parole. Ci disse di quella volta che tutto lo Stato Maggiore della Banca di Roma andò a vedere un allenamento e alla fine chiese di parlare con lui. “Mister (!!!), io e mia moglie veniamo a vedere tutte le partite al Palaeur e ci divertiamo molto. Ho un solo appunto per Lei, secondo me tiriamo troppo poco da 3 punti”. Qualsiasi altro allenatore del mondo avrebbe annuito e ci sarebbe passato sopra. Non Dido. “Grazie mille, sa che anche io penso che Lei dovrebbe abbassare di mezzo punto il tasso di sconto”. Come a dire, ognuno resti nei propri ambiti di competenza, please.

Una sera Dido ci portò nella casa di Via dei Giochi Istmici che la Virtus gli aveva lasciato: ci fece accomodare sul divano, andò subito in un’altra stanza e quando ci raggiunse aveva in testa un cappello con un enorme fascio di corna, regalo di un allenatore dei Milwaukee Bucks. Io e Letizia non potemmo non notare i fogli di giornali attaccati sulle porte a vetro: Dido ci spiegò che nei mesi precedenti ci aveva sbattuto contro diverse volte prima di adottare quell’espediente. Genio…

L’anno successivo Dido firmò per Desio e io lo andai a trovare un paio di volte, avendo così la fortuna di conoscere anche sua moglie Fosca. Donna fantastica, perfetta per un uomo mai banale. Ricordo atterrito un viaggio dalla casa di Sesto San Giovanni alla palestra di allenamento fatto con una Panda bianca: Dido in modalità Mister Magoo, con partenze in salita improbabili e doppi cambi di corsia non segnalati da frecce. Dietro di noi e accanto a noi succedeva di tutto (incidenti, incendi, tamponamenti), Dido veniva insultato dal 95% degli altri frequentatori della tangenziale ma non si accorgeva di nulla e continuava a parlare di quanto gli mancasse Roma, chiedendomi poi se la curva Sud avesse ideato nel frattempo qualche altro coro “creativo” di quelli che gli piacevano tanto.

Per la cronaca, sul retro di quella miracolata Panda bianca era attaccato l’adesivo di Golden State, ovvero i “Warriors”, i Guerrieri. Da quel giorno, ovviamente, tifo per loro. Dopo la promozione in A1 ottenuta a Desio, Dido tornò a incantare Torino e io e Letizia tornammo a trovarlo in più occasioni: nel 1991 ci venne a portare i biglietti fuori dal Palaruffini e in quel momento arrivò il pullman del Messaggero ammantato di smeraldi. Erano gli anni del lusso eccessivo e sfrenato di Roma, Valerio Bianchini entrò nel parcheggio del palazzetto salutando Dido facendogli il segno della benedizione. Finì tanto a poco per loro e la cosa mi fece molto piacere: Dawkins umiliò Radja e poi sfiorò la scazzottata con Michael Cooper a centrocampo. L’approccio semplice e informale di Dido e della sua squadra avevano spazzato via la superbia del Messaggero, come non esserne felice? Da quando la famiglia Guerrieri ha iniziato a trascorrere sei mesi all’anno a Seattle, sono diminuite le occasioni per incontrarci ma i contatti, soprattutto con Fosca, sono rimasti cordiali e frequenti.

Ho visto Dido per l’ultima volta lo scorso anno, in occasione del suo ingresso nella Hall of Fame, e quella volta non sono riuscito a trattenere una lacrima nel vederlo su una sedia a rotelle e non più perfettamente cosciente. Di Dido mi restano tanti ricordi, tante lettere, tante foto e una citazione nel suo libro di cui vado sinceramente molto orgoglioso: penso che avrei adorato la sua umanità semplice anche se invece dell’allenatore di pallacanestro avesse fatto il cantante, il politico, l’attore. Quel suo modo scanzonato eppure così elegante e posato di leggere la vita e le persone, quell’attenzione al contenuto fregandosene spesso e volentieri della forma, quella capacità di distribuire vita, sorrisi ed emozioni con un gesto. Da venerdì non c’è più una persona della mia adorata famiglia allargata, un po’ come quando se n’è andato Lucio Dalla, un altro che nella mia formazione ha contato infinitamente più di qualche amico, di qualche professore, di qualche parente.
Ciao, adorato Dido…

venerdì 16 novembre 2012

"Allora, Gianca, dicci, com'è il Cile?"

“Allora, Gianca, dimmi un po’, racconta, com’è il Cile?”. Quando ti viene rivolta questa domanda, magari da una persona che ti vuole bene e che ha piacere di rivederti dopo 15 giorni di tua Patagonia, non puoi ribattere “E che cazzo ne so?” come invece ti verrebbe di default. Ti sforzi allora di indugiare nella risposta più politicamente corretta che ti sia mai balenata in testa, evitando di pronunciare le seguenti parole, molto ben scandite: “Dunque io del Cile penso di non sapere nulla, sono un ignorante assoluto di tutto ciò che concerne il Cile, i suoi costumi, gli abitanti, il clima, le abitudini alimentari, il reddito medio, la musica preferita".

Ho soggiornato la miseria di 10 giorni in un paesino minuscolo che si chiama Puerto Montt mentre il Cile in altezza sviluppa qualcosa come 4.300 chilometri (solo 200 di larghezza, peraltro), una roba tipo Roma-Capo Nord. Perciò se proprio insisti io ti posso raccontare com’è Puerto Montt (brutta) ma non posso veramente sapere come sia il Cile perché per potertelo dire avrei dovuto vivere sei mesi a Santiago e poi prendere una signora macchina a noleggio e girarlo tutto in (tanto) lungo e in (poco) largo.

D’altronde, se tu fossi un giornalista cileno e dormissi dieci notti ad Afragola saresti in grado di dire com’è l’Italia e come sono gli italiani? Anche un veneto, un sardo, un toscano? Tutto questo mio veleno, ok esagerato, ha una sua motivazione profonda, altro non che è la sintesi di un fastidio percepito a pelle da anni: quello provato al cospetto di chi arriva in un posto e dopo 35 minuti attacca a pontificare (“no, qui funziona così, lì ve ce porto io, qui è meglio mangiare questo, mi hanno detto che quel museo fa schifo, c’è più traffico che da noi, ammazza piove sempre, ecc.”), ostenta disinvoltura, denota un senso dell’orientamento prodigioso, elogia i pregi e condanna i difetti degli indigeni. Temo che si tratti di un fenomeno abbastanza italiano e molto romano, questo, perché nel 2012 ho come la sensazione che il rischio di passare per coglioni o di andare all’avventura, alla scoperta, non sia più ammissibile.

Due anni fa, arrivato all’aeroporto di Orly, ho preso la navetta che porta alla stazione metro più a sud di Parigi: un tragitto di una ventina di minuti nella periferia, in un paesaggio non tanto diverso dall’hinterland estremo di Milano o dalle zone limitrofe al Raccordo Anulare. Una coppia di signori romani davanti a me, a metà del viaggio, ha convenuto sul fatto che “…però, Parigi me la immaginavo diversa…”. Non erano ancora arrivati nell’albergo di una delle città più belle e misteriose del mondo e già avevano dato un giudizio di merito, tra l’altro cannato completamente. Non potevano arrivare in hotel “scoperti”, magari chiedendosi “Chissà dove cazzo stiamo?”. NO!

Nel 2012, quasi 2013 (cit.) è vietato perderti, non puoi chiedere indicazioni a uno pratico, non puoi andare a culo nella scelta di un ristorante, non puoi camminare per un tragitto di 300 metri più lungo rispetto alla tua destinazione. Per quanto mi riguarda, a 20 come a 45 anni continuo a coltivare il fascino irresistibile della scoperta lenta e quotidiana di una città, di una strada, di un Paese: mi piace immaginare una cosa all’arrivo ma poi amo essere contraddetto e riconoscere che non c’avevo capito un cazzo. Sono stato a New York cinque volte, per un totale di circa 30 giorni, e le 3 ore più belle le ho trascorse senza guida, senza compagnia, senza cellulare, senza cazzi (tanto per capirci) e soprattutto senza meta: ho camminato affidandomi al richiamo di odori e rumori, sensazioni e istinti, tombini e vetrine, ammirando gente di tutte le razze, religioni, colori e mode. Non capendoci niente, per tutto il tempo, a cominciare da dove fossi e da dove stessi andando. Una cosa commovente, nel suo nonsense.

E invece no, che fai torni a casa dopo un weekend ad Amsterdam e non devi relazionare su che tempo fa, a che ora si mangia nei ristoranti, quanto funzionano i mezzi pubblici, se sono gentili gli olandesi. Non conta che hai beccato l’unico fine settimana della storia dei Paesi Bassi con lo scirocco dal Marocco, che hai trovato l’unico albergatore stronzo lasciato il giorno prima dalla moglie, che lo sciopero generale per quei due giorni ha paralizzato una città altrimenti modello di vivibilità. Torni a casa e pontifichi, ma neanche su Amsterdam, proprio sull’Olanda e qualche cosa pure sui Paesi del Nord d’Europa (Benelux, Germania, una faccia una razza).

Dunque, se avremo mai modo di incrociarci all’uscita degli “Arrivi” di qualche aeroporto fate finta di non conoscermi o perlomeno non fatemi domande. Non saprei darvi alcun tipo di risposta (a proposito, avete letto ‘sto post? Com’è navigare su Internet?).

lunedì 29 ottobre 2012

Il Bellaria, il terrore, mia sorella Letizia...

Non ricordo mai con piacere il mese di ottobre del 2006, ovvero i giorni del mio ricovero nel reparto NeuroChirurgia dell’Ospedale Bellaria di Bologna, le nove ore di intervento, il risveglio in terapia intensiva, i 20 giorni di degenza, l'angoscia di non riuscire a farmi dimettere e infine l’angiografia che ha confermato la mia guarigione e alla quale mi presentai con la maglia della Roma sotto al pigiama. L’unica volta che la Roma mi ha dato una gioia negli ultimi sei anni, mi viene da dire.

C’è però un flash di quei giorni tutt’altro che semplici che ricordo sempre con estremo piacere, perché mi dà ogni volta l’idea della qualità della famiglia nella quale ho avuto la fortuna di crescere. La sera prima dell’intervento, informato con forse anche troppi dettagli della delicatezza dell’operazione alla quale mi sarei dovuto sottoporre, chiesi un confronto al Primario del Reparto, accompagnato da mia madre e da mia sorella Letizia.

Ricordo minuti drammatici, minuti di attesa nei quali dovevo decidere cosa fare perché nel frattempo la tentazione di tornarmene a casa si era fatta sempre più diffusa: “Professore – obiettai timidamente – mi perdoni se le faccio perdere tempo ma visto che al momento non corro un pericolo di vita non so se sia il caso di affrontare un’operazione così rischiosa”. “Giancarlo – mi rispose il luminare cercando vanamente di tranquillizzarmi – non si deve preoccupare perché per noi questo intervento è abbastanza consolidato. Certo, si tratta di un’operazione difficile nella misura in cui dovremo farci largo nel suo cervello”.

“Non troverete grande resistenza…”, sussurrò Letizia riuscendo miracolosamente a farmi ridere e al tempo stesso convincendomi che operarmi sarebbe stata l’unica via percorribile. Poi resistenza ne trovarono, pure troppa, ma questo è un altro discorso…