Qualche anno fa, su questo blog, mi divertii a buttar giù un elenco di cose mai fatte o provate nel corso della mia vita, per paura, pigrizia, scarso interesse, pudore, sfregio, tigna, ecc. Mi resi conto solo dopo aver compilato e poi letto quella lista di aver condotto una vita complessivamente pallosa ma l’aspetto più doloroso della vicenda è arrivato qualche giorno fa quando mi sono messo a pensare alle cose che ho iniziato ma non finito, a quelle che avrei potuto fare meglio, a quelle lasciate incompiute per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa (ci si batte il petto).
Non parlo tanto dell’Università, che in pratica non ho iniziato avendo dato un solo esame prima di partire per il servizio militare, ma di tutte le passioni avviate con grande entusiasmo e mai coltivate fino in fondo. Vivo di musica, essenzialmente, ma non ho mai pensato seriamente di imparare a suonare uno strumento e pure la splendida batteria elettronica della Yamaha acquistata anni fa in un momento di furore agonistico è praticamente rimasta sotto cellophane. La mia esistenza è scandita dal cinema ma non sono mai andato a fondo di una passione così vibrante, limitandomi invece a guardare centinaia di film al cinema e in dvd. Gioco con i videogames da decenni ma non ne ho mai finito uno e al calcio con la mia Nigeria prendo schiaffi sistematicamente da quando non ci sono più Babangida e Agali. Continuo a comprare decine di libri che poi puntualmente non ho tempo di leggere. Ho lavorato per dieci anni come programmatore e nonostante mi fosse stata affidata in gestione la procedura più strategica del Sistema ho fatto di tutto perché mi venisse sfilata. Non mi piaceva quel lavoro e infatti poi sono diventato giornalista ma tutti si sorprendevano all'epoca di come mi fossi fatto sfuggire quell'occasione colossale per fare carriera.
Sono stato (meravigliosamente) per sette anni a Superbasket ma ultimo nelle gerarchie sono arrivato e ultimo sono rimasto, come peraltro penso ancora oggi fosse giusto visto il valore dei miei colleghi. Ho giocato tanti anni a tennis, anche a livello agonistico, ma non ho mai pensato di fare un passo oltre anche se venivo accreditato di un discreto talento. Ecco, sto fatto del talento più che gratificarmi mi infastidisce: tre anni fa una persona che lavora nel mio ambiente mi ha riportato quanto uno dei giornalisti sportivi italiani più famosi gli aveva detto sul mio conto: «E’ uno molto bravo, gran bella testa, ma non mi spiego perché non abbia fatto carriera». Ecco, io in realtà non penso di essere così bravo ma so che se anche lo fossi certamente non arriverei mai al vertice della piramide. Mi manca la cattiveria necessaria, la dedizione assoluta, lo studio matto e disperatissimo, la metodica rigida e le emozioni tenute a freno: per me sul 30-0 il game è già vinto, se ho fatto pure una smorzata faccio la ruota del pavone e sticazzi del punteggio, se mi è capitato di scrivere un buon articolo ho piacere che lo legga chi mi vuole bene e non provo a rivendermi a chi conta realmente. Per me conta l’attimo, la gioia del momento, mi siedo, mi accontento, mi piace guardarmi attorno, sentire il calore di chi mi vuole bene.
Non ne faccio una questione di “captatio benevolentiae” latente o di incapacità di fare marketing di e con me stesso: è proprio un fatto di tenuta mentale e psicofisica, di forza di volontà mista a cinismo che ti fa puntare un obiettivo e poi ti ci porta quasi per inerzia. Io non sono così: io campo sull’ultimo minuto, sul rimpallo favorevole, esco sul cordolo all’ultima curva in derapage, studio 300 pagine la notte prima dell’esame, metto dentro sette attaccanti sull’ultimo calcio d’angolo perché fino a quel momento ho pensato ad altro, mi preparo per uscire sette minuti prima dell'appuntamento.
Se non esistesse l’ultimo minuto, io di fatto non esisterei.
Ho sempre sorriso negli anni scorsi ripensando a questa mia veste “romantica” e tutt’altro che pragmatica, controcorrente e per questo ancora più apprezzabile in questo momento storico: ora che però ho la sensazione di aver applicato spesso questa mia “sufficienza” anche alla sfera affettiva della mia vita so di averla combinata grossa. Amori, amici, conoscenze, colleghi, parenti, tutti vanno coltivati e innaffiati giorno per giorno, meticolosamente, altrimenti anche in quel caso rischi di vanificare il talento, e in questo caso l’affetto, che ti è stato dato in bonus. Non mi sento un fallito, credo ci sia ancora tempo per rimediare, ma un po’ una merda sì. E’ l’approssimazione che mi frega, alla fine, ma l’autocoscienza dei propri limiti rappresenta già una buona base di partenza per chi vuole svoltare.
Diventerò un ometto, promesso, datemi solo un po' di tempo per crescere...
Molto dire, poco fare, pochissimo baciare, troppe lettere e sopratutto è quasi ora di testamento...
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lunedì 30 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Vita di palestra, altro che Palestra di Vita...
Ci sto provando, per la quarta o quinta volta in vita mia, giuro che ci sto provando un’altra volta. Da qualche mese mi sono iscritto nuovamente a una palestra o meglio, per attutire il trauma, invece di versare una retta mensile ho scelto di pagare “a entrata”.
Significa che ogni volta che varco l’ingresso “lasciando ogni speranza”, la mia chiavetta si alleggerisce di otto euro, più o meno quelli che vorrei mi fossero devoluti in cambio del mio sacrificio. Il fatto è che a me piace tanto correre e per correre d’inverno a Faenza bisogna avere tanto coraggio. Troppo, nel caso di uno che ha freddo solo a sentirne parlare. Così, vado in palestra, ogni tanto, per bruciare calorie e ritrovare una parte di me stesso attraverso una forma improvvisata di meditazione. E sì perché io in palestra, che sia Roma, Bologna, Milano o Faenza, non parlo. La modalità Silenziosa inizialmente non è stata una scelta e anzi ricordo che soprattutto nella palestra di Casalecchio avevo provato a stabilire uno straccio di rapporto umano con gli altri avventori.
Fu un rientro anticipato nello spogliatoio a segnarmi, temo per il resto dei miei giorni: “Quando esco con una la prima sera metto subito le cose in chiaro: ingoio e culo, sennò non se ne fa niente”, disse lui con marcata calata bolognese. Il tipo mi guardò in cerca di conferme, che io non potei dargli. In realtà io la prima sera mi ritenevo soddisfatto quando capivo che ce ne sarebbe stata una seconda. L’altro tipo, nella stessa sessione di improvvisato brainstorming nella quale mi ero cacciato avviando un discorso sul basket, provò a vendermi una quindicina di chili di proteine contenute in un fustino da detersivo: in quel momento ho realizzato che la mia insofferenza alla palestra si sarebbe acuita e non smorzata, se avessi provato a socializzare. Non mi sento né migliore, né peggiore di chi decide di trascorrere un paio d’ore al giorno in una palestra, davvero. Mi sento solo diverso, consapevole fino in fondo però di essere “mosca bianca”.
In genere gli 8 euro li spendo correndo sui tapis-roulant e pedalando in cyclette di ultima generazione, di quelle che in tempo reale ti informano rispetto alle calorie consumate, i metri percorsi, la velocità media, il tempo rimanente, la temperatura dell’olio e la pressione delle gomme. Troppe informazioni, tutte insieme, per la testa di uno che sta provando a sopravvivere. Il tempo, però, non passa mai. Mai. Neanche se mentre corro penso alle cose più assurde (solo nell’ultima settimana, tecnica di estrazione della radice quadrata di un numero, filmografia completa di Valerio Mastandrea, numero e nome delle donne baciate nei precedenti 44 anni), neanche se mi concentro ad osservare movenze felpate e sguardi ammiccanti delle ragazze/donne presenti (“le donne in palestra, guardarle fisse”). Di mattina l’età media è intorno ai 76-77 e in quell’atmosfera morbida da ginnastica dolce mi trovo più a mio agio rispetto al mix tra un rave e una sfilata di moda che mi circonda a partire dalle 18.00. Ai pesi mi avvicino con sospetto ma devo riconoscere, per onestà intellettuale, che i benefici sono evidenti sui corpi scolpiti di chi si abbandona per quarti d’ora interi a quelle macchine infernali.
Io invece me ne sto lì, per conto mio, nel silenzio tipico del pesce fuor d’acqua che sa di essere osservato. Vuoi per l’abbigliamento improbabile anche solo per l’accostamento cromatico, vuoi per i 44 anni che mi spingono leggermente fuori target, vuoi per l’abbigliamento “Italia Basketball” che non rende giustizia alle mie attuali condizioni fisiche, vuoi perché è raro vedere uno che entra, pedala, corre, non caga nessuno e se ne va. Otto euro mi costa tutto questo e quando esco dalla palestra, ritrovato il sorriso del reduce del Vietnam che sa di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, non capisco mai quale sia stata la fatica più grande: se quella di perdere peso o quella di rimanere non contagiato da un pianeta (proteine limitrofe al doping, splendidi perizomi da uomo, barrette energetiche, diete a zona, beveroni improbabili, specchi consumati, ecc.) che per quanto mi riguarda temo rimarrà inesplorato.
Senza rancore, eh…
Significa che ogni volta che varco l’ingresso “lasciando ogni speranza”, la mia chiavetta si alleggerisce di otto euro, più o meno quelli che vorrei mi fossero devoluti in cambio del mio sacrificio. Il fatto è che a me piace tanto correre e per correre d’inverno a Faenza bisogna avere tanto coraggio. Troppo, nel caso di uno che ha freddo solo a sentirne parlare. Così, vado in palestra, ogni tanto, per bruciare calorie e ritrovare una parte di me stesso attraverso una forma improvvisata di meditazione. E sì perché io in palestra, che sia Roma, Bologna, Milano o Faenza, non parlo. La modalità Silenziosa inizialmente non è stata una scelta e anzi ricordo che soprattutto nella palestra di Casalecchio avevo provato a stabilire uno straccio di rapporto umano con gli altri avventori.
Fu un rientro anticipato nello spogliatoio a segnarmi, temo per il resto dei miei giorni: “Quando esco con una la prima sera metto subito le cose in chiaro: ingoio e culo, sennò non se ne fa niente”, disse lui con marcata calata bolognese. Il tipo mi guardò in cerca di conferme, che io non potei dargli. In realtà io la prima sera mi ritenevo soddisfatto quando capivo che ce ne sarebbe stata una seconda. L’altro tipo, nella stessa sessione di improvvisato brainstorming nella quale mi ero cacciato avviando un discorso sul basket, provò a vendermi una quindicina di chili di proteine contenute in un fustino da detersivo: in quel momento ho realizzato che la mia insofferenza alla palestra si sarebbe acuita e non smorzata, se avessi provato a socializzare. Non mi sento né migliore, né peggiore di chi decide di trascorrere un paio d’ore al giorno in una palestra, davvero. Mi sento solo diverso, consapevole fino in fondo però di essere “mosca bianca”.
In genere gli 8 euro li spendo correndo sui tapis-roulant e pedalando in cyclette di ultima generazione, di quelle che in tempo reale ti informano rispetto alle calorie consumate, i metri percorsi, la velocità media, il tempo rimanente, la temperatura dell’olio e la pressione delle gomme. Troppe informazioni, tutte insieme, per la testa di uno che sta provando a sopravvivere. Il tempo, però, non passa mai. Mai. Neanche se mentre corro penso alle cose più assurde (solo nell’ultima settimana, tecnica di estrazione della radice quadrata di un numero, filmografia completa di Valerio Mastandrea, numero e nome delle donne baciate nei precedenti 44 anni), neanche se mi concentro ad osservare movenze felpate e sguardi ammiccanti delle ragazze/donne presenti (“le donne in palestra, guardarle fisse”). Di mattina l’età media è intorno ai 76-77 e in quell’atmosfera morbida da ginnastica dolce mi trovo più a mio agio rispetto al mix tra un rave e una sfilata di moda che mi circonda a partire dalle 18.00. Ai pesi mi avvicino con sospetto ma devo riconoscere, per onestà intellettuale, che i benefici sono evidenti sui corpi scolpiti di chi si abbandona per quarti d’ora interi a quelle macchine infernali.
Io invece me ne sto lì, per conto mio, nel silenzio tipico del pesce fuor d’acqua che sa di essere osservato. Vuoi per l’abbigliamento improbabile anche solo per l’accostamento cromatico, vuoi per i 44 anni che mi spingono leggermente fuori target, vuoi per l’abbigliamento “Italia Basketball” che non rende giustizia alle mie attuali condizioni fisiche, vuoi perché è raro vedere uno che entra, pedala, corre, non caga nessuno e se ne va. Otto euro mi costa tutto questo e quando esco dalla palestra, ritrovato il sorriso del reduce del Vietnam che sa di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, non capisco mai quale sia stata la fatica più grande: se quella di perdere peso o quella di rimanere non contagiato da un pianeta (proteine limitrofe al doping, splendidi perizomi da uomo, barrette energetiche, diete a zona, beveroni improbabili, specchi consumati, ecc.) che per quanto mi riguarda temo rimarrà inesplorato.
Senza rancore, eh…
sabato 10 dicembre 2011
Viale Marconi, "City Island" al contrario!
Pur essendo nato (mio malgrado) a Terni, per quasi 40 anni ho vissuto in via Colossi, Roma. Quando penso a casa mia, insomma, anche se la provincia di nascita è TR e quella di residenza BO penso a Colossi Street 20, ovvero a un palazzo del Vaticano biancorosso tanto maestoso quanto orripilante che affaccia sulla Basilica di San Paolo. E sì perché via Colossi, trascurabile viuzza a senso unico che fa da collante tra Viale Marconi e Via Ostiense, va inquadrata proprio nel quartiere San Paolo di cui sopra.
San Paolo è uno di quei posti di frontiera che ti concedono un margine piuttosto ampio di creatività, quando qualcuno ti domanda “Ah, San Paolo… sì, ma dove rimane di preciso?”. Devo confessare di aver sempre risposto “Roma Sud, vicino all’Eur, un passo da Testaccio” mentre in realtà la dura verità è che confiniamo con la Magliana della famigerata Banda da una parte e con la Garbatella dei Cesaroni dall’altra. Un po’ come Aldo, Giovanni e Giacomo quando parlano di “progettare strumenti di precisione, basculanti, roteanti“ mentre sono impiegati al “Paradiso della Brugola”.
San Paolo è un quartiere modesto ma complessivamente più vivibile di molti altri di questa assurda città: il fiore all’occhiello è l’imponente Basilica bizantina, meta fissa dei giri turistici stranieri ma complessivamente sottovalutata da romani e italiani rispetto alla sua maestosa bellezza. All’interno ci sono i ritratti di tutti i Papi a partire da San Pietro, la leggenda narra che la fine del mondo arriverà proprio il giorno che non ci saranno più cornici disponibili: ipotesi tutto sommato poco piacevole ma che sentivo di scongiurare quando ero bambino visto che gli slot disponibili erano 13. Ricordo che i 33 giorni di pontificato di Papa Luciani mi avevano un po’ irritato, a tal proposito, ma poi ci ha pensato Karol a ristabilire le cose...
Alla Basilica di San Paolo una volta all’anno viene in visita il Pontefice: ricordo ancora con lucidità mista a sconcerto il commento di Vittorio all’uscita della Messa di Mezzanotte di due anni fa, dopo circa 125 minuti di cerimonia (tempo effettivo, Offertorio escluso) tutta celebrata e cantata in latino: “Poi dice che uno diventa musulmano e se va a fa esplode al Gianicolo…”.
San Paolo da qualche anno, approfittando anche della mia assenza, sta cambiando pelle: licei e scuole medie hanno lasciato spazio al terzo polo universitario e di conseguenza copisterie, pizzerie, kebabbari e pub hanno preso il posto di fornai, vini e oli, profumerie e calzolai. Non una brutta evoluzione, tutto sommato, ma se venite dalle mie parti e volete fare shopping vi resta una sola opportunità credibile: VIALE MARCONI! Viale Marconi per noi di San Paolo è una sorta di “City Island” al contrario (“ogni città ha bisogno di un’isola di pace”, lo dice Andy Garcia all’inizio del film).
Viale Marconi esemplifica al meglio il concetto di caos: la fila delle macchine in coda è eterna, l’unica regola amministrata dai vigili quanto ai parcheggi è “basta che ce passi”, la doppia fila sistematica, il suono assordante di clacson e sirene una tradizione popolare che si riverbera giorno dopo giorno come per magia. Non a caso, sul ponte del traghetto che nel 2003 stava portando me, Bebbo e Vittorio all’interno del Circolo Polare Artico, totalmente persi e immersi in una natura dalla bellezza commovente, “Viale Marconi” fu il primo riferimento (tra un respiro profondo e l’altro) delle negatività che intendevamo espellere attraverso quell’improvvisata tipologia di meditazione. Per la cronaca, le altre forme di stress da allontanare dalle nostre esistenze erano state individuate ne “la Lazio”, “Capezzone” e “I Pooh”.
In ogni caso, non c’è un cazzo da fare, se vuoi andare per negozi ti devi abbandonare a Viale Marconi e per arrivarci da San Paolo non puoi esimerti dal passare sopra Ponte Marconi: argini appena accennati, sotto a quel Ponte negli anni ho visto alternarsi diverse colonie di nomadi (…oddio, nomadi fino a quando piazzavano le roulotte sotto casa nostra), inspiegabili cavalli allo stato brado, orde di cani randagi, barboni consapevoli se non orgogliosi di essere andati a vivere sotto un ponte. Gli unici a non essersi mai mossi sono stati i topi, vera memoria storica del Tevere, sempre più impressionanti per numero, dimensioni e prodotto interno lordo. Superati un paio di benzinai e due concessionari messi lì solo per riscaldare l’atmosfera, la giostra dei negozi di abbigliamento è destinata a dominare il campo.
Viale Marconi non tradisce, va detto: non tornerai a casa col tailleur per cui hai perso gli occhi a via Montenapoleone ma neanche con la tuta acetata 100% poliestere ignifugo “made in Botswana”. Ci sono un paio di Roma Store che non fanno mai male, una decina di pizzerie al taglio (vero simbolo della superiorità culturale del Sud Italia sul Nord, dove le pizzerie latitano, sono chiamate “da asporto” e vendono la pizza al pezzo, non a quantità. Vergogna!), 3-4 negozi di elettronica e quando arrivi in fondo a Piazzale della Radio che introduce a Trastevere/Monteverde, è la gelateria Ping Pong (ribattezzata Tennis Tavolo da uno dei miei amici più attenti all’uso corretto della lingua italiana) a segnare l’inversione di marcia.
La lunghezza di Viale Marconi è variabile, in teoria il Ponte e “Tennis Tavolo” non sono distanti più di un chilometro ma dipende tutto da quanta fretta avete e soprattutto dal tempo che siete intenzionati a buttare. Le costanti, invece, sono due: 1. a Viale Marconi certamente sei condannato a incontrare almeno un ex compagno di liceo, uno di quelli che non vedi da 25 anni e con cui non avevi nulla da dire neanche quando lo vedevi tutti i giorni in classe. L’imbarazzo regna sovrano, in quel caso, a meno che la reciproca (finta), tacita distrazione seguita all'incrocio di sguardi non abbia evitato il peggio.
2. A viale Marconi, se cerchi qualcosa, lo trovi e lo compri. Lo shopping è tendenzialmente nazional-popolare per non dire a forte connotazione coatta e per questo gli indigeni qualche anno fa hanno preso come un mezzo affronto l’apertura di un maxi Feltrinelli proprio nel cuore di Viale Marconi, tra una jeanseria “Tutto a 7.90” e il Mago della Pizza. Dopo qualche giorno di diffidenza davanti alle vetrine, però, la cultura ha trionfato e ora, incredibile ma vero, ti può capitare di varcare il Ponte anche con un libro in mano. E se piace anche ai topi, che spesso lì fanno dogana, hai persino la possibilità di portartelo a casa. Mistero della fede…
San Paolo è uno di quei posti di frontiera che ti concedono un margine piuttosto ampio di creatività, quando qualcuno ti domanda “Ah, San Paolo… sì, ma dove rimane di preciso?”. Devo confessare di aver sempre risposto “Roma Sud, vicino all’Eur, un passo da Testaccio” mentre in realtà la dura verità è che confiniamo con la Magliana della famigerata Banda da una parte e con la Garbatella dei Cesaroni dall’altra. Un po’ come Aldo, Giovanni e Giacomo quando parlano di “progettare strumenti di precisione, basculanti, roteanti“ mentre sono impiegati al “Paradiso della Brugola”.
San Paolo è un quartiere modesto ma complessivamente più vivibile di molti altri di questa assurda città: il fiore all’occhiello è l’imponente Basilica bizantina, meta fissa dei giri turistici stranieri ma complessivamente sottovalutata da romani e italiani rispetto alla sua maestosa bellezza. All’interno ci sono i ritratti di tutti i Papi a partire da San Pietro, la leggenda narra che la fine del mondo arriverà proprio il giorno che non ci saranno più cornici disponibili: ipotesi tutto sommato poco piacevole ma che sentivo di scongiurare quando ero bambino visto che gli slot disponibili erano 13. Ricordo che i 33 giorni di pontificato di Papa Luciani mi avevano un po’ irritato, a tal proposito, ma poi ci ha pensato Karol a ristabilire le cose...
Alla Basilica di San Paolo una volta all’anno viene in visita il Pontefice: ricordo ancora con lucidità mista a sconcerto il commento di Vittorio all’uscita della Messa di Mezzanotte di due anni fa, dopo circa 125 minuti di cerimonia (tempo effettivo, Offertorio escluso) tutta celebrata e cantata in latino: “Poi dice che uno diventa musulmano e se va a fa esplode al Gianicolo…”.
San Paolo da qualche anno, approfittando anche della mia assenza, sta cambiando pelle: licei e scuole medie hanno lasciato spazio al terzo polo universitario e di conseguenza copisterie, pizzerie, kebabbari e pub hanno preso il posto di fornai, vini e oli, profumerie e calzolai. Non una brutta evoluzione, tutto sommato, ma se venite dalle mie parti e volete fare shopping vi resta una sola opportunità credibile: VIALE MARCONI! Viale Marconi per noi di San Paolo è una sorta di “City Island” al contrario (“ogni città ha bisogno di un’isola di pace”, lo dice Andy Garcia all’inizio del film).
Viale Marconi esemplifica al meglio il concetto di caos: la fila delle macchine in coda è eterna, l’unica regola amministrata dai vigili quanto ai parcheggi è “basta che ce passi”, la doppia fila sistematica, il suono assordante di clacson e sirene una tradizione popolare che si riverbera giorno dopo giorno come per magia. Non a caso, sul ponte del traghetto che nel 2003 stava portando me, Bebbo e Vittorio all’interno del Circolo Polare Artico, totalmente persi e immersi in una natura dalla bellezza commovente, “Viale Marconi” fu il primo riferimento (tra un respiro profondo e l’altro) delle negatività che intendevamo espellere attraverso quell’improvvisata tipologia di meditazione. Per la cronaca, le altre forme di stress da allontanare dalle nostre esistenze erano state individuate ne “la Lazio”, “Capezzone” e “I Pooh”.
In ogni caso, non c’è un cazzo da fare, se vuoi andare per negozi ti devi abbandonare a Viale Marconi e per arrivarci da San Paolo non puoi esimerti dal passare sopra Ponte Marconi: argini appena accennati, sotto a quel Ponte negli anni ho visto alternarsi diverse colonie di nomadi (…oddio, nomadi fino a quando piazzavano le roulotte sotto casa nostra), inspiegabili cavalli allo stato brado, orde di cani randagi, barboni consapevoli se non orgogliosi di essere andati a vivere sotto un ponte. Gli unici a non essersi mai mossi sono stati i topi, vera memoria storica del Tevere, sempre più impressionanti per numero, dimensioni e prodotto interno lordo. Superati un paio di benzinai e due concessionari messi lì solo per riscaldare l’atmosfera, la giostra dei negozi di abbigliamento è destinata a dominare il campo.
Viale Marconi non tradisce, va detto: non tornerai a casa col tailleur per cui hai perso gli occhi a via Montenapoleone ma neanche con la tuta acetata 100% poliestere ignifugo “made in Botswana”. Ci sono un paio di Roma Store che non fanno mai male, una decina di pizzerie al taglio (vero simbolo della superiorità culturale del Sud Italia sul Nord, dove le pizzerie latitano, sono chiamate “da asporto” e vendono la pizza al pezzo, non a quantità. Vergogna!), 3-4 negozi di elettronica e quando arrivi in fondo a Piazzale della Radio che introduce a Trastevere/Monteverde, è la gelateria Ping Pong (ribattezzata Tennis Tavolo da uno dei miei amici più attenti all’uso corretto della lingua italiana) a segnare l’inversione di marcia.
La lunghezza di Viale Marconi è variabile, in teoria il Ponte e “Tennis Tavolo” non sono distanti più di un chilometro ma dipende tutto da quanta fretta avete e soprattutto dal tempo che siete intenzionati a buttare. Le costanti, invece, sono due: 1. a Viale Marconi certamente sei condannato a incontrare almeno un ex compagno di liceo, uno di quelli che non vedi da 25 anni e con cui non avevi nulla da dire neanche quando lo vedevi tutti i giorni in classe. L’imbarazzo regna sovrano, in quel caso, a meno che la reciproca (finta), tacita distrazione seguita all'incrocio di sguardi non abbia evitato il peggio.
2. A viale Marconi, se cerchi qualcosa, lo trovi e lo compri. Lo shopping è tendenzialmente nazional-popolare per non dire a forte connotazione coatta e per questo gli indigeni qualche anno fa hanno preso come un mezzo affronto l’apertura di un maxi Feltrinelli proprio nel cuore di Viale Marconi, tra una jeanseria “Tutto a 7.90” e il Mago della Pizza. Dopo qualche giorno di diffidenza davanti alle vetrine, però, la cultura ha trionfato e ora, incredibile ma vero, ti può capitare di varcare il Ponte anche con un libro in mano. E se piace anche ai topi, che spesso lì fanno dogana, hai persino la possibilità di portartelo a casa. Mistero della fede…
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lunedì 5 dicembre 2011
Seppia, 25 chili neri di amore puro
Se per quasi due anni questo blog è rimasto silente, tutta la colpa va addossata a un essere nero che a oggi conta quasi 30 chili e due occhioni irresistibili da spot del WWF.
L’animale in questione si chiama Seppia ed è stata adottata nell’ottobre 2009 da me e Beatrice, prelevata dal canile di Furbara dove si apprestava a condurre un’esistenza infelice. Da quando quei due occhi sono entrati nel mio campo visivo, la vita è cambiata: Seppia è stata abbandonata in Sicilia appena nata e poi ritrovata in un cassonetto, dentro una busta di cellophane, insieme a due suoi fratellini. Misteriosamente è poi arrivata in un canile del Lazio, dopo un viaggio in treno che sinceramente preferisco non immaginare.
Quando ho preso Seppia al canile, l’ho scelta perché mi era sembrata il cucciolo più impaurito o forse il più bisognoso di sostegno: nelle quattro ore di viaggio in macchina fino a Faenza, le prime insieme, Seppia non diede alcun segno di vita e arrivati a destinazione fu un problema farla uscire dal trasportino.
Così come fu angosciante vederla terrorizzata e immobile nelle prime tre ore trascorse in quella che sarebbe diventata la sua nuova casa. Andò a bere, timidamente, solo quando noi andammo a dormire e spegnemmo la luce. Abbiamo capito immediatamente che accudire Seppia non sarebbe stato semplice, il giorno dopo la prima passeggiata a Cesenatico ci confermò l’impressione. Seppia scappava da tutto e tutti, cercava rifugi dietro ai vasi, angosciata da qualsiasi forma di contatto le venisse proposta.
Fortunatamente, dopo qualche giorno Seppia ha iniziato a fidarsi di me e di Beatrice, a farci le feste ogni volta che ci vedeva tornare a casa, a legarsi a noi in maniera forte, esagerata, esclusiva. Per molti mesi, sbagliando, abbiamo deciso di proteggere Seppia dal resto del mondo, perché le sue paure verso il mondo esterno erano diventate le nostre e volevamo evitarle a tutti i costi altri traumi. Così evitavamo di avvicinarci ai cassonetti visto che lei si rifiutava, evitavamo situazioni pubbliche che potessero impaurirla, la riportavamo in macchina ogni volta che si mostrava timorosa di suoni, rumori e persone.
Detto questo, va precisato che stiamo parlando del cane meno aggressivo del pianeta: Seppia non conosce la cattiveria anche se l’ha subìta, lei non ce l’ha con nessuno e vuole solo essere lasciata in pace, meglio se insieme a me e a Beatrice. Lei sta bene solo insieme a noi e con tutti gli altri cani del pianeta, grandi, piccoli, maschi, femmine, randagi o di razza.
Seppia è cittadina del mondo, un po’ figlia dei fiori, grande amante dei ricci e delle tartarughe, che ama collezionare senza peraltro torcere loro un pelo (ammesso che ne abbiano), coda alta e molesta quando può scorrazzare in tranquillità. Lei ama correre a perdifiato per ore e ore, non risponde ai comandi dei suoi padroni se non quando le va, non è sensibile al richiamo del cibo come lo sono quasi tutti gli altri cani.
Da due anni a questa parte Seppia occupa gran parte delle nostre attenzioni, dei discorsi, delle preoccupazioni: sarebbe stato così anche se avessimo preso un cane dalla spiccata personalità, lo è molto di più per un cane nero che chiede protezione e affetto dopo aver pensato di morire in ognuno dei primi 90 assurdi giorni della sua vita.
Sento di essermi perso nella deriva, da me criticata in passato, di coloro che sorridono ai cani per strada, di quelli che si preoccupano anche per un cane notato per strada senza collare. Nei quindici giorni trascorsi in Cile la scorsa estate ho nutrito per 15 giorni Arturita, bastardina locale che mi aveva aperto il cuore dormendo tutte le notti fuori dal nostro albergo. Mi sono anche informato sulle procedure per estradarla ma poi ho capito che sarebbe stato più semplice riportare Battisti in Italia e ho lasciato perdere.
Detto questo, il cane santo e tutto nero che risponde (ma mica poi tanto) al nome di Seppia è il vero motivo per il quale questo blog non è stato più frequentato. Non perché quei 25 chili abbondanti bisognosi di amore non mi abbiano lasciato tempo a disposizione, quanto perché avrei voluto parlare di lei e non ho mai trovato le parole giuste per descrivere tanto splendore.
Non lo sono neanche queste, a dire la verità, ma dovevo in qualche modo uscire dal tunnel. Nero, anche lui, forse per questo mi ci ero affezionato...
L’animale in questione si chiama Seppia ed è stata adottata nell’ottobre 2009 da me e Beatrice, prelevata dal canile di Furbara dove si apprestava a condurre un’esistenza infelice. Da quando quei due occhi sono entrati nel mio campo visivo, la vita è cambiata: Seppia è stata abbandonata in Sicilia appena nata e poi ritrovata in un cassonetto, dentro una busta di cellophane, insieme a due suoi fratellini. Misteriosamente è poi arrivata in un canile del Lazio, dopo un viaggio in treno che sinceramente preferisco non immaginare.
Quando ho preso Seppia al canile, l’ho scelta perché mi era sembrata il cucciolo più impaurito o forse il più bisognoso di sostegno: nelle quattro ore di viaggio in macchina fino a Faenza, le prime insieme, Seppia non diede alcun segno di vita e arrivati a destinazione fu un problema farla uscire dal trasportino.
Così come fu angosciante vederla terrorizzata e immobile nelle prime tre ore trascorse in quella che sarebbe diventata la sua nuova casa. Andò a bere, timidamente, solo quando noi andammo a dormire e spegnemmo la luce. Abbiamo capito immediatamente che accudire Seppia non sarebbe stato semplice, il giorno dopo la prima passeggiata a Cesenatico ci confermò l’impressione. Seppia scappava da tutto e tutti, cercava rifugi dietro ai vasi, angosciata da qualsiasi forma di contatto le venisse proposta.
Fortunatamente, dopo qualche giorno Seppia ha iniziato a fidarsi di me e di Beatrice, a farci le feste ogni volta che ci vedeva tornare a casa, a legarsi a noi in maniera forte, esagerata, esclusiva. Per molti mesi, sbagliando, abbiamo deciso di proteggere Seppia dal resto del mondo, perché le sue paure verso il mondo esterno erano diventate le nostre e volevamo evitarle a tutti i costi altri traumi. Così evitavamo di avvicinarci ai cassonetti visto che lei si rifiutava, evitavamo situazioni pubbliche che potessero impaurirla, la riportavamo in macchina ogni volta che si mostrava timorosa di suoni, rumori e persone.
Detto questo, va precisato che stiamo parlando del cane meno aggressivo del pianeta: Seppia non conosce la cattiveria anche se l’ha subìta, lei non ce l’ha con nessuno e vuole solo essere lasciata in pace, meglio se insieme a me e a Beatrice. Lei sta bene solo insieme a noi e con tutti gli altri cani del pianeta, grandi, piccoli, maschi, femmine, randagi o di razza.
Seppia è cittadina del mondo, un po’ figlia dei fiori, grande amante dei ricci e delle tartarughe, che ama collezionare senza peraltro torcere loro un pelo (ammesso che ne abbiano), coda alta e molesta quando può scorrazzare in tranquillità. Lei ama correre a perdifiato per ore e ore, non risponde ai comandi dei suoi padroni se non quando le va, non è sensibile al richiamo del cibo come lo sono quasi tutti gli altri cani.
Da due anni a questa parte Seppia occupa gran parte delle nostre attenzioni, dei discorsi, delle preoccupazioni: sarebbe stato così anche se avessimo preso un cane dalla spiccata personalità, lo è molto di più per un cane nero che chiede protezione e affetto dopo aver pensato di morire in ognuno dei primi 90 assurdi giorni della sua vita.
Sento di essermi perso nella deriva, da me criticata in passato, di coloro che sorridono ai cani per strada, di quelli che si preoccupano anche per un cane notato per strada senza collare. Nei quindici giorni trascorsi in Cile la scorsa estate ho nutrito per 15 giorni Arturita, bastardina locale che mi aveva aperto il cuore dormendo tutte le notti fuori dal nostro albergo. Mi sono anche informato sulle procedure per estradarla ma poi ho capito che sarebbe stato più semplice riportare Battisti in Italia e ho lasciato perdere.
Detto questo, il cane santo e tutto nero che risponde (ma mica poi tanto) al nome di Seppia è il vero motivo per il quale questo blog non è stato più frequentato. Non perché quei 25 chili abbondanti bisognosi di amore non mi abbiano lasciato tempo a disposizione, quanto perché avrei voluto parlare di lei e non ho mai trovato le parole giuste per descrivere tanto splendore.
Non lo sono neanche queste, a dire la verità, ma dovevo in qualche modo uscire dal tunnel. Nero, anche lui, forse per questo mi ci ero affezionato...
Certi treni passano una volta sola, in Italia non è neanche detto
Negli ultimi sei mesi ho firmato un nuovo contratto di lavoro, mi sono fidanzato, sono andato a vivere in un’altra casa, ho adottato la magnifica Seppia dal canile di Furbara, venduto la moto e la Mini, preso una Citroen C3, cambiato numero di telefono dopo 14 anni.
A pensarci bene, non c’è più niente nella mia vita di quello che c’era a giugno e certo ho pensato che se uno avesse avuto un blog tutte queste cose avrebbe potuto raccontarle lì. Ecco perché in questo post che cancella mesi di vergognosa assenza vi parlerò delle Ferrovie dello Stato.
Per una questione di fuoco amico che ho cercato di evitare, in questi ultimi anni mi sono astenuto dallo scrivere qualcosa che avesse a che fare con le FS o se preferite con Trenitalia. Mia sorella, la primogenita che per comodità d’ora in poi chiameremo Letizia, è infatti quel che si suol dire un pezzo grosso di un’azienda che ha molto a che fare con le ex FS e oltre a telefonarle per insultarla per ogni incazzatura correlata all’argomento “treni” finora non ero andato. Finora. Ora però basta, Leti, mi spiace, ma se non altro questo post consideralo l’equivalente delle mie due telefonate mensili di insulti. Sarebbe oltremodo banale lamentarsi del pessimo servizio, dei ritardi pazzeschi, del tragico rapporto qualità/prezzo, di tutti i disservizi connessi alle FS ma credo che lo farò lo stesso.
Il rimborso
Da qualche settimana sono cambiate le regole e ora se il tuo Eurostar ritarda fino a 59 minuti non ti ridanno un centesimo: due anni fa invece ricevetti a casa un rimborso di circa 80 euro, per un Venezia-Roma infinito vissuto insieme ai miei genitori. Dopo qualche giorno andai alla stazione Termini per comprare un Roma-Bologna (circa 40 euro, all’epoca) e il bigliettaio velatamente romano mi spiegò a modo suo che non era possibile spezzare il rimborso e che quindi avrei perso gli altri 40 euro. Di fronte alle mie rimostranze (“quindi devo andare a Praga per pareggiare?”) lui si sentì di consigliarmi: “Ma vattene in prima, no? Almeno spendi di più”. Al che io chiusi: “No, guarda fammi direttamente un Roma-Kiev pure se non ci devo andare almeno non ci rimetto niente”. Comodo, no?
Il cambio prenotazione
Non provate mai a farlo, per nessun motivo. Mai. Tanto non ci riuscireste. Ogni volta che mi è capitato di dover cambiare treno, sia sul sito che “live”, sono stato respinto con perdite. La motivazione che ogni volta mi fa impazzire è quella che mi danno alla biglietteria: “Non posso rimborsarle il biglietto né cambiarlo perché lei ha pagato con la carta di credito”. E io che pensavo che in Italia fosse legale… Una volta ho fatto un biglietto da 9 euro sul sito, sempre con la truffa legalizzata del pagamento con carta di credito: cambiai idea mezzora dopo e tornai sul sito per cambiare. Mi fu chiaro in pochi minuti che il cambio era possibile solo per un treno dello stesso giorno, della stessa tratta e della stessa tipologia di treno. In pratica ti permettono di cambiare vagone, non molto di più. Decisi che quella volta 9 euro non glieli avrei regalati ma a quel punto assistetti al vero capolavoro: decurtati i 9 euro del 20% che ovviamente le FS si tengono per il disturbo (e ci mancherebbe pure…), il rimborso scendeva sotto la quota minima di 8 euro e non poteva essere erogato. Dei geni. Del male ma pur sempre dei geni.
I ritardi
Un paio di settimane fa mi è capitato di prendere il treno nei giorni in cui l’amministratore delegato di FS per tranquillizzare gli utenti li invitava a portare con sé, prima di salire sul treno, bevande, cibo, una tenda da campeggio, due cucine da viaggio, il cambio di stagione e un rosario. Nella foto a margine avete un’idea dell’entità dei ritardi accumulati quel giorno, nelle stazioni di Milano e Bologna ho assistito a scene che definirei meravigliose se non avessi letto il panico negli occhi di diverse persone. Gente che per disperazione prendeva il primo treno in movimento, che pure se doveva andare a Pescara partiva per Roma (“Intanto mi avvicino”): all’annuncio “al binario 2 è in arrivo l’intercity da Genova Brignole con 545 minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio” si è levato l’applauso convinto della sala d’aspetto della stazione di Bologna. A Milano, la mattina dopo, mentre alle 6.30 stavo acquistando alla biglietteria elettronica il tagliando per tornare a casa, la doppiatrice di Heidi con voce ammiccante mi informava amabilmente che “il servizio è temporaneamente sospeso, ci scusiamo per il disagio”. Milano Centrale sarebbe rimasta bloccata per ore e certo che a quel punto sarebbe stato intelligente disinserire il messaggio automatico: “si ricorda ai gentili passeggeri che è vietato salire e scendere dai treni in movimento”. Vi giuro che li abbiamo cercati per due ore, disperatamente, ma niente. Treni in movimento non ce n’erano. E dire che da lontano mi era sembrata una stazione.
Lo so già. Prima o poi tirerò il freno a mano di un treno in movimento, attraverserò i binari a piedi, calpesterò la fatidica linea gialla, tirerò oggetti contundenti dal finestrino e farò la pipì su un sedile di prima classe. Scusandomi, però, per il disagio. Grazie, Letì.
A pensarci bene, non c’è più niente nella mia vita di quello che c’era a giugno e certo ho pensato che se uno avesse avuto un blog tutte queste cose avrebbe potuto raccontarle lì. Ecco perché in questo post che cancella mesi di vergognosa assenza vi parlerò delle Ferrovie dello Stato.
Per una questione di fuoco amico che ho cercato di evitare, in questi ultimi anni mi sono astenuto dallo scrivere qualcosa che avesse a che fare con le FS o se preferite con Trenitalia. Mia sorella, la primogenita che per comodità d’ora in poi chiameremo Letizia, è infatti quel che si suol dire un pezzo grosso di un’azienda che ha molto a che fare con le ex FS e oltre a telefonarle per insultarla per ogni incazzatura correlata all’argomento “treni” finora non ero andato. Finora. Ora però basta, Leti, mi spiace, ma se non altro questo post consideralo l’equivalente delle mie due telefonate mensili di insulti. Sarebbe oltremodo banale lamentarsi del pessimo servizio, dei ritardi pazzeschi, del tragico rapporto qualità/prezzo, di tutti i disservizi connessi alle FS ma credo che lo farò lo stesso.
Il rimborso
Da qualche settimana sono cambiate le regole e ora se il tuo Eurostar ritarda fino a 59 minuti non ti ridanno un centesimo: due anni fa invece ricevetti a casa un rimborso di circa 80 euro, per un Venezia-Roma infinito vissuto insieme ai miei genitori. Dopo qualche giorno andai alla stazione Termini per comprare un Roma-Bologna (circa 40 euro, all’epoca) e il bigliettaio velatamente romano mi spiegò a modo suo che non era possibile spezzare il rimborso e che quindi avrei perso gli altri 40 euro. Di fronte alle mie rimostranze (“quindi devo andare a Praga per pareggiare?”) lui si sentì di consigliarmi: “Ma vattene in prima, no? Almeno spendi di più”. Al che io chiusi: “No, guarda fammi direttamente un Roma-Kiev pure se non ci devo andare almeno non ci rimetto niente”. Comodo, no?
Il cambio prenotazione
Non provate mai a farlo, per nessun motivo. Mai. Tanto non ci riuscireste. Ogni volta che mi è capitato di dover cambiare treno, sia sul sito che “live”, sono stato respinto con perdite. La motivazione che ogni volta mi fa impazzire è quella che mi danno alla biglietteria: “Non posso rimborsarle il biglietto né cambiarlo perché lei ha pagato con la carta di credito”. E io che pensavo che in Italia fosse legale… Una volta ho fatto un biglietto da 9 euro sul sito, sempre con la truffa legalizzata del pagamento con carta di credito: cambiai idea mezzora dopo e tornai sul sito per cambiare. Mi fu chiaro in pochi minuti che il cambio era possibile solo per un treno dello stesso giorno, della stessa tratta e della stessa tipologia di treno. In pratica ti permettono di cambiare vagone, non molto di più. Decisi che quella volta 9 euro non glieli avrei regalati ma a quel punto assistetti al vero capolavoro: decurtati i 9 euro del 20% che ovviamente le FS si tengono per il disturbo (e ci mancherebbe pure…), il rimborso scendeva sotto la quota minima di 8 euro e non poteva essere erogato. Dei geni. Del male ma pur sempre dei geni.
I ritardi
Un paio di settimane fa mi è capitato di prendere il treno nei giorni in cui l’amministratore delegato di FS per tranquillizzare gli utenti li invitava a portare con sé, prima di salire sul treno, bevande, cibo, una tenda da campeggio, due cucine da viaggio, il cambio di stagione e un rosario. Nella foto a margine avete un’idea dell’entità dei ritardi accumulati quel giorno, nelle stazioni di Milano e Bologna ho assistito a scene che definirei meravigliose se non avessi letto il panico negli occhi di diverse persone. Gente che per disperazione prendeva il primo treno in movimento, che pure se doveva andare a Pescara partiva per Roma (“Intanto mi avvicino”): all’annuncio “al binario 2 è in arrivo l’intercity da Genova Brignole con 545 minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio” si è levato l’applauso convinto della sala d’aspetto della stazione di Bologna. A Milano, la mattina dopo, mentre alle 6.30 stavo acquistando alla biglietteria elettronica il tagliando per tornare a casa, la doppiatrice di Heidi con voce ammiccante mi informava amabilmente che “il servizio è temporaneamente sospeso, ci scusiamo per il disagio”. Milano Centrale sarebbe rimasta bloccata per ore e certo che a quel punto sarebbe stato intelligente disinserire il messaggio automatico: “si ricorda ai gentili passeggeri che è vietato salire e scendere dai treni in movimento”. Vi giuro che li abbiamo cercati per due ore, disperatamente, ma niente. Treni in movimento non ce n’erano. E dire che da lontano mi era sembrata una stazione.
Lo so già. Prima o poi tirerò il freno a mano di un treno in movimento, attraverserò i binari a piedi, calpesterò la fatidica linea gialla, tirerò oggetti contundenti dal finestrino e farò la pipì su un sedile di prima classe. Scusandomi, però, per il disagio. Grazie, Letì.
Lost, portace n'altro litro...
Nell'ordine, questa estate, mi sono perso due paia di occhiali, uno di infradito, almeno una decina di euro e due magliette. Altre "perdite" le ho evitate solo perché chi mi stava accanto mi ha ricordato il portafogli lasciato sul bancone del bar o il mazzo di chiavi abbandonato sulla panchina. Mio padre soleva (esiste "soleva"?) dire "Sono fatto così e così resto, perché mi dicono che sono meraviglioso", del tutto inutili i nostri tentativi di convincerlo che la gente che lo incensava fosse sarcastica: sarcasmo o no, io sono davvero così sbadato e nella tendenza a perdere le cose probabilmente ci vedo anche un po' di arte, ovvero il ritratto dello scapigliato che non bada troppo alle cose terrene perché con la testa è sempre sulle nuvole. Cazzata.
L'alternativa è quello del rincoglionimento progressivo, ipotesi che temo mi sia più congeniale, ma d'altra parte ho accusato delle "perdite" con frequenza certamente superiore ai 28 giorni e anche quando ero più giovane oltre che un bel ragazzo (pure lui): nel 2000, pochi giorni dopo il mio trasferimento a Bologna, davanti alla stazione lasciai la Micra aperta col marsupio (giallo, neanche grigio) appoggiato sul cruscotto e mi allontanai tre minuti. Ne ritrovai ben due al ritorno e quando il carabiniere (romano) in Questura mi chiese lumi "Ma come? Sei de Roma e te vieni a fa' frega' tutto qua a Bologna" non potei che rispondere "Sì ma quando uno è stupido lo è a ogni latitudine".
Nel 1997, pochi minuti prima che io e Bebbo partissimo per New York mi accorsi di aver perso i biglietti aerei: mezz'ora di panico senza ritorno e un paio di infarti rientrati in extremis non furono sufficienti per ritrovare i tickets. Riuscimmo a partire solo perché a Fiumicino una tizia dell'Alitalia (santa donna) si impietosì e ce li stampò di nuovo. Costo dell'operazione, 70.000 lire più lo scetticismo integrato di Bebbo per tutto il resto del viaggio. Scetticismo peraltro legittimato al nostro arrivo a New York: dopo aver fatto la denuncia per i bagagli smarriti (ma in quel caso io non c'entravo nulla) un tipo ci corse dietro per tutto l'aeroporto con una busta in mano urlando "Mister Maigliolaaaa". Avevo appoggiato sul bancone i biglietti del viaggio di ritorno e lì erano rimasti (obbedendo, quindi, per un certo verso).
Tornando a questa estate, le infradito sono state risucchiate dalla corrente dell'Oceano Atlantico, la cui velocità nell'invadere la spiaggia per effetto della marea è stata da me clamorosamente sottovalutata. Di dove siano gli occhiali non ho la più pallida idea mentre le magliette credo siano rimaste in due alberghi, una a Barcellona e una a Valencia.
Mi perdo le cose ma anche le persone, insomma, e lo faccio con sinistra regolarità: probabilmente il disordine emotivo e affettivo che mi porto dentro (ma anche nelle zone limitrofe) non è svincolato da questo discorso, certo è che il talento per la dispersione è notevole e complicato da arginare.
Ho smarrito tante cose di valore in questi mesi di blog-letargo ma d'altra parte in questa estate ho ri-trovato l'amore. Il grande amore, non un grande amore. A quello starò certamente più attento perché sento che se lo dovessi perdere, perderei anche una parte importante di me. Cosa che a occhio e croce non voglio!
L'alternativa è quello del rincoglionimento progressivo, ipotesi che temo mi sia più congeniale, ma d'altra parte ho accusato delle "perdite" con frequenza certamente superiore ai 28 giorni e anche quando ero più giovane oltre che un bel ragazzo (pure lui): nel 2000, pochi giorni dopo il mio trasferimento a Bologna, davanti alla stazione lasciai la Micra aperta col marsupio (giallo, neanche grigio) appoggiato sul cruscotto e mi allontanai tre minuti. Ne ritrovai ben due al ritorno e quando il carabiniere (romano) in Questura mi chiese lumi "Ma come? Sei de Roma e te vieni a fa' frega' tutto qua a Bologna" non potei che rispondere "Sì ma quando uno è stupido lo è a ogni latitudine".
Nel 1997, pochi minuti prima che io e Bebbo partissimo per New York mi accorsi di aver perso i biglietti aerei: mezz'ora di panico senza ritorno e un paio di infarti rientrati in extremis non furono sufficienti per ritrovare i tickets. Riuscimmo a partire solo perché a Fiumicino una tizia dell'Alitalia (santa donna) si impietosì e ce li stampò di nuovo. Costo dell'operazione, 70.000 lire più lo scetticismo integrato di Bebbo per tutto il resto del viaggio. Scetticismo peraltro legittimato al nostro arrivo a New York: dopo aver fatto la denuncia per i bagagli smarriti (ma in quel caso io non c'entravo nulla) un tipo ci corse dietro per tutto l'aeroporto con una busta in mano urlando "Mister Maigliolaaaa". Avevo appoggiato sul bancone i biglietti del viaggio di ritorno e lì erano rimasti (obbedendo, quindi, per un certo verso).
Tornando a questa estate, le infradito sono state risucchiate dalla corrente dell'Oceano Atlantico, la cui velocità nell'invadere la spiaggia per effetto della marea è stata da me clamorosamente sottovalutata. Di dove siano gli occhiali non ho la più pallida idea mentre le magliette credo siano rimaste in due alberghi, una a Barcellona e una a Valencia.
Mi perdo le cose ma anche le persone, insomma, e lo faccio con sinistra regolarità: probabilmente il disordine emotivo e affettivo che mi porto dentro (ma anche nelle zone limitrofe) non è svincolato da questo discorso, certo è che il talento per la dispersione è notevole e complicato da arginare.
Ho smarrito tante cose di valore in questi mesi di blog-letargo ma d'altra parte in questa estate ho ri-trovato l'amore. Il grande amore, non un grande amore. A quello starò certamente più attento perché sento che se lo dovessi perdere, perderei anche una parte importante di me. Cosa che a occhio e croce non voglio!
Riga: si lavora e si fatica...
In Lettonia c’ero già stato tre qualche anno fa, al seguito della Bipop, in un posto chiamato Ventspils: quando da Reggio Emilia arrivò l’invito in redazione i miei colleghi di Superbasket declinarono gentilmente, dopo essere stati ad Alicante, Amsterdam, Lione, ecc.. Io invece, giramondo quale sono, accettai con entusiasmo. Entusiasmo che dopo 3 ore di volo per Riga e altre 3 di pullman verso la nostra meta si attenuò progressivamente: seppi infatti, strada facendo, che Ventspils altro non era che il porto più utilizzato dall’ex Unione Sovietica per il trasporto di materiale chimico, uno sbocco sul mare strategico e che non a caso aveva provocato più di qualche tensione quando la Lettonia si dichiarò indipendente.
Ai chilometri e chilometri di containers contenenti materiale pericolosissimo, aggiungete che essendo gennaio inoltrato la temperatura stazionava intorno al -35 e il mare per i primi 100 metri era completamente ghiacciato. Aggiungete pure, se vi avanza posto, che in albergo ci fu prontamente consegnato un depliant multilingue in cui veniva indicato il punto di raccolta per la fuga tramite pullman nel caso in cui avessimo sentito il suono della sirena: anzi, di tre sirene perché i pericoli erano di differente natura e così i piazzali nei quali ritrovarsi.
Reggio Emilia perse malissimo, io provai a uscire una volta dall’albergo, sentii urlare da una finestra (“Italianoooooooo, mio amore, viene da me”) e tornai subito dentro. Spaventato. Alle 2 di notte ripartimmo per Riga, alle 6 volammo per Bologna, arrivai in redazione bello fresco verso le 11 giusto in tempo per ringraziare i miei colleghi dell’opportunità concessami.
In Lettonia sono tornato il 3 giugno, insieme alla Nazionale Femminile impegnata all’Europeo: per tre giorni a Priekuli, cittadina fantasma a 30 chilometri dalla più vicina nonché primitiva forma di vita: il secondo posto conquistato nel girone ci ha schiuso le porte di Riga ma non ci ha liberato del cibo spudoratamente speziato, patrimonio mondiale dell’Unesco per quel che riguarda la Lettonia.
Alloggiati nel centro della capitale in un albergo moderno e confortevole, ho avuto modo di appurare che il vero patrimonio della repubblica baltica in verità sarebbe un altro ma l’Unesco non lo può riconoscere perché rigorosamente a pagamento.
Basti pensare che nel mio frigobar alloggiavano, accanto a una bottiglia di acqua e a una di Coca Cola, due (neanche uno) profilattici pronti per l’uso: basti pensare che la hall dell’hotel era quotidianamente frequentata di donnine dall’aspetto non propriamente repellente pronte a intercettare un tuo sguardo per ribattere con un sorriso e subito dopo una cifra: c’è pure, va detto, chi è sceso nella hall alle 3 di notte per sperare in un (improbabile) sconto sul prezzo.
Come quelli chiesti al bancarellaro che sta per smontare. Sono uscito dal Latvija Hotel più e più volte, spesso da solo e sempre con sta benedetta scritta “Italia” stampata sul petto. Peggio del sangue per uno squalo, credetemi.
Prima sera, io e il coach mettiamo il naso fuori dall’albergo: un taxi sgomma, si avvicina, tira giù il finestrino e ci chiede: “Erotic massage?”. E noi: “Magari quattro passi ora, dopo ci pensiamo”. E’ stata anche l’unica volta in cui mi è stata rivolta la parola in una lingua che non fosse l’italiano, dagli (dalle) indigeni. Il giorno successivo più esplicito è stato lo “Scopiamo?” rivoltomi dalla sosia di Nina Moric prima che si deturpasse le labbra. Al mio sorriso di diniego l’aggiunta che lascia pensare: “Qui niente seghe, scopare e basta”. Evidentemente c’era stata una fuga di notizie, riguardo alla mia scarna vita sessuale nell’ultimo periodo (tipo gli ultimi 30 anni, tanto per intenderci). La sera prima di partire, il capolavoro, con le donnine anche un po’ incazzate per la scarsa adesione della comitiva italiana alle loro velate richieste: “Che facciamo?”, ha chiesto a me e un altro allenatore una bionda accompagnata da una mora mozzafiato. “Zona 1-3-1”, volevamo rispondere noi ma al nostro silenzio la mora di cui sopra ha aggiunto. “Trombare, dai, poca spesa e molta resa”. Un motto che meriterebbe un mese di stato su Facebook. Una notazione che dal punto di vista economico ci ha confortato pur non convincendoci riguardo all’acquisto della mercanzia. Della Lettonia, comunque, mi resta il ricordo di un popolo estremamente cordiale e disponibile (non nel senso che intendete voi…): l’immagine di una città molto bella e che del regime sovietico non conserva più nulla, neanche una triste scritta in cirillico. Anzi, una cosa la conserva, una memoria storica recente: i buchi sul muro della radio lettone, crivellata di colpi dai carrarmati sovietici nel 1991, dopo la proclamazione dell’indipendenza. A Mosca pare che non la presero benissimo. “Scopare”?
Ai chilometri e chilometri di containers contenenti materiale pericolosissimo, aggiungete che essendo gennaio inoltrato la temperatura stazionava intorno al -35 e il mare per i primi 100 metri era completamente ghiacciato. Aggiungete pure, se vi avanza posto, che in albergo ci fu prontamente consegnato un depliant multilingue in cui veniva indicato il punto di raccolta per la fuga tramite pullman nel caso in cui avessimo sentito il suono della sirena: anzi, di tre sirene perché i pericoli erano di differente natura e così i piazzali nei quali ritrovarsi.
Reggio Emilia perse malissimo, io provai a uscire una volta dall’albergo, sentii urlare da una finestra (“Italianoooooooo, mio amore, viene da me”) e tornai subito dentro. Spaventato. Alle 2 di notte ripartimmo per Riga, alle 6 volammo per Bologna, arrivai in redazione bello fresco verso le 11 giusto in tempo per ringraziare i miei colleghi dell’opportunità concessami.
In Lettonia sono tornato il 3 giugno, insieme alla Nazionale Femminile impegnata all’Europeo: per tre giorni a Priekuli, cittadina fantasma a 30 chilometri dalla più vicina nonché primitiva forma di vita: il secondo posto conquistato nel girone ci ha schiuso le porte di Riga ma non ci ha liberato del cibo spudoratamente speziato, patrimonio mondiale dell’Unesco per quel che riguarda la Lettonia.
Alloggiati nel centro della capitale in un albergo moderno e confortevole, ho avuto modo di appurare che il vero patrimonio della repubblica baltica in verità sarebbe un altro ma l’Unesco non lo può riconoscere perché rigorosamente a pagamento.
Basti pensare che nel mio frigobar alloggiavano, accanto a una bottiglia di acqua e a una di Coca Cola, due (neanche uno) profilattici pronti per l’uso: basti pensare che la hall dell’hotel era quotidianamente frequentata di donnine dall’aspetto non propriamente repellente pronte a intercettare un tuo sguardo per ribattere con un sorriso e subito dopo una cifra: c’è pure, va detto, chi è sceso nella hall alle 3 di notte per sperare in un (improbabile) sconto sul prezzo.
Come quelli chiesti al bancarellaro che sta per smontare. Sono uscito dal Latvija Hotel più e più volte, spesso da solo e sempre con sta benedetta scritta “Italia” stampata sul petto. Peggio del sangue per uno squalo, credetemi.
Prima sera, io e il coach mettiamo il naso fuori dall’albergo: un taxi sgomma, si avvicina, tira giù il finestrino e ci chiede: “Erotic massage?”. E noi: “Magari quattro passi ora, dopo ci pensiamo”. E’ stata anche l’unica volta in cui mi è stata rivolta la parola in una lingua che non fosse l’italiano, dagli (dalle) indigeni. Il giorno successivo più esplicito è stato lo “Scopiamo?” rivoltomi dalla sosia di Nina Moric prima che si deturpasse le labbra. Al mio sorriso di diniego l’aggiunta che lascia pensare: “Qui niente seghe, scopare e basta”. Evidentemente c’era stata una fuga di notizie, riguardo alla mia scarna vita sessuale nell’ultimo periodo (tipo gli ultimi 30 anni, tanto per intenderci). La sera prima di partire, il capolavoro, con le donnine anche un po’ incazzate per la scarsa adesione della comitiva italiana alle loro velate richieste: “Che facciamo?”, ha chiesto a me e un altro allenatore una bionda accompagnata da una mora mozzafiato. “Zona 1-3-1”, volevamo rispondere noi ma al nostro silenzio la mora di cui sopra ha aggiunto. “Trombare, dai, poca spesa e molta resa”. Un motto che meriterebbe un mese di stato su Facebook. Una notazione che dal punto di vista economico ci ha confortato pur non convincendoci riguardo all’acquisto della mercanzia. Della Lettonia, comunque, mi resta il ricordo di un popolo estremamente cordiale e disponibile (non nel senso che intendete voi…): l’immagine di una città molto bella e che del regime sovietico non conserva più nulla, neanche una triste scritta in cirillico. Anzi, una cosa la conserva, una memoria storica recente: i buchi sul muro della radio lettone, crivellata di colpi dai carrarmati sovietici nel 1991, dopo la proclamazione dell’indipendenza. A Mosca pare che non la presero benissimo. “Scopare”?
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